mercoledì 22 marzo 2017

MyLife - CARO AMICO, TI PRESENTO IL MIO DIO (Un testo autobiografico inedito)


Salve a tutti!... Nel Maggio 2001 partecipai, con la Parrocchia Sacro Cuore di Gesù alla Cagnola di Milano, a un ritiro spirituale a Verona.
Durante quel ritiro, Padre Giuliano Franzan ci diede il compito di scrivere una lettera aperta intitolata Caro amico, ti presento il mio dio.
Non era un lavoro di gruppo. Ognuno doveva scrivere la propria, e poi metterla in un cesto comune.
Ne scrissi una anch’io.
Ora, dopo tanti anni, in occasione dell’imminente visita di Papa Francesco a Milano e della S. Messa che celebrerà sabato pomeriggio al Parco di Monza, a cui io parteciperò, ho deciso di renderla pubblica; in modo da celebrare, come meglio posso, questo importante incontro, e farmi conoscere, a chi lo volesse, anche sotto questo aspetto.

Sergio Rilletti
(Milano, mercoledì 22 marzo 2017)


Verona, 6 maggio 2001


Caro Amico,
                      ti presento il mio Dio.

Forse ti sembrerà un inizio un po’ pretenzioso. Come si fa a presentare qualcuno che, fino a prova contraria (e finora non ce n’è neanche una!), ha creato tutto il mondo?
Quindi, se Dio è il mondo, come fa ad appartenermi? Come fa ad essere mio?
Lo so che è un po’ difficile da capire, eppure è proprio così; e me lo porto sempre in saccoccia.

Io mi sveglio, penso a Lui, e spero che mi dia la forza per vivere la giornata seguendo la Sua volontà; a volte lo prego per questo, a volte mi limito a sperarlo.
Poi mi alzo, e inizio la mia giornata; una giornata molto lunga e intensa, durante la quale lavoro, mi diverto, incontro persone, e progetto.
Durante tutto il giorno, Dio è con me. A volte gli chiedo aiuto, a volte me lo dà spontaneamente, altre volte mi sembra che mi faccia degli orribili scherzetti, e mi arrabbio: come farei con un amico.
Sì, perché Dio è un amico.
A volte lo incontro nel sorriso di un ragazzo, a volte, più spesso, in quello di una ragazza. Enzo e Simona. Potrei citare un sacco di sorrisi con cui mi si è presentato Dio, ma sono stati i loro ad invadere la mia vita, travolgendola, strappandomi dal mio bene amato eremo per catapultarmi a diretto contatto con il mondo.
Certamente non me ne sono accorto subito, anche perché è un po’ difficile vedere il volto di Dio nel viso di una ragazza come Simona, ma, considerando la concatenazione di eventi che hanno portato allo stravolgimento della mia vita e alla mia emancipazione, non ho più dubbi.
A volte mi capita di accorgermi del Suo intervento subito, a volte, tenendomelo sempre in saccoccia, invece no. Comunque, appena me ne accorgo, gli telefono e lo ringrazio.
Sì. Gli telefono, compiendo il segno della croce, lo ringrazio, lo prego per me e gli altri, gli chiedo alcune spiegazioni (a volte anche in maniera irruenta), e, se mi accorgo che quello che avevo considerato un orribile scherzetto è sfociato in qualcosa di buono, gli chiedo scusa.
Cerco di farlo regolarmente, facendo mente locale su quanto mi è capitato durante la settimana.

Ecco, ti ho presentato il mio Dio. Non so se questo è l’approccio giusto da avere con Lui, ma per me è un amico, e pertanto lo tratto come tale.

Ciao!
Sergio

mercoledì 15 marzo 2017

MyLife - LOURDES '88: IL GIALLO (Un racconto autobiografico)


Era il 22 aprile 1988. La diocesi di Milano era andata a Lourdes per un pellegrinaggio di tre giorni.
C’ero anch’io.

Arrivammo alle 10.30 del mattino.
Al pomeriggio celebrammo la S. Messa alla Basilica S. Pio X, e, subito dopo, la processione delle Confessioni alla Cité St. Pierre. La serata era libera.
Io, da buon amante della natura, mi ero prospettato di trascorrerla analizzando quel bel fiorellino di Simona; invece dovetti accontentarmi di contemplare quella faccia di bronzo di Riace di Enzo.
Fuori pioveva, la mia carrozzina aveva bucato, costringendomi, così, a restare in albergo.
Ah, che magnifica schifosa serata!
Proprio il clima adatto per un giallo alla Ellery Queen.

Ero nell’atrio con Enzo, don Serafino, e qualche signora che non conoscevamo.
Stavo raccontando a don Serafino, che era uscito a vedere la Fiaccolata, che eccitante serata avevo passato in compagnia di Enzo, quando un inserviente dell’albergo irruppe nell’atrio. Ci fece capire, non so come, che due signore del terzo piano stavano scappando dalla loro camera.
Don Serafino ed Enzo, con un balzo felino, saltarono in ascensore.
Passai dieci lunghi minuti (ognuno, sicuramente, molto più lungo di 60 secondi) in compagnia di una signora, non del nostro gruppo, che, vedendomi in carrozzina, mi aveva scambiato per un bebè (quanto mai mi ero tagliato la barba quella mattina!), trattandomi come tale.
Voltavo le spalle alla sala da pranzo; quindi, anche se avessi voluto, non avrei nemmeno potuto rifarmi la vista con la dolce e soave visione delle cameriere.

Enzo e il Don ritornarono e si misero seduti accanto a me. Ci dissero che al terzo piano due signore si erano spaventate perché avevano sentito (ma non udito!) odore di filo bruciato.
Fu subito il panico: gente terrorizzata che urlava, strillava, si strappava i capelli. Non volevano più andare a letto; volevano scappare, fuggire, chiamare i pompieri, la polizia!
Enzo e don Serafino cercarono di calmare gli animi, di ridimensionare il panico. E, vi assicuro!, fu un’impresa molto ardua. Io, come ogni volta che mi trovo coinvolto in qualche avventura o in qualche situazione difficile, scoppiai a ridere.

Dopo una buona decina di minuti, i miei due compagni riuscirono a spegnere l’infernale panico.
Salimmo al nostro piano: il primo.

Enzo era sul punto di aprire la porta della nostra camera, quando si bloccò. “Sentite,” disse, “io non avrei nessun problema ad andare a dormire su. Almeno tre signore potrebbero venire qui.”
Io accettai subito, e anche don Serafino: eravamo sicuri che non sarebbe successo niente; e poi, come insegnano i film catastrofici, dovevano pur esserci due o tre eroi!
Enzo ritornò nell’atrio.
Il Don mi propose di andare sul luogo del delitto a raccogliere indizi, e scoprire cos’era accaduto.
Io accettai: fra i tre, e probabilmente tra tutti, ero l’unico lettore di romanzi polizieschi, e quindi mi sentii quasi obbligato di incaricarmi delle indagini. E poi, come tutti i detective dei gialli hard boiled che si rispettino (verso i quali ho una particolare predilezione), anch’io ero uno sportivo; quindi mi sarebbe potuto capitare di fare un po' di ginnastica notturna con qualche bella spia. Magari la spia era proprio la cameriera dai capelli rossi.
Eh, sì! Quell’indagine poteva risultare molto eccitante.

Nell’ascensore riflettei su chi poteva essere stato e sul suo movente. Mi balenò in mente un’idea.
Possibile? mi dissi. Un appassionato di film catastrofici che, dopo aver visto il grande successo di L'Inferno di cristallo e Fiamme su New York, abbia deciso di girare Gran focolare a Lourdes? In stile documentario, e senza neanche avvertirci?
L'ipotesi, perfettamente plausibile, mi turbò un po’.

Approdammo al terzo piano.
Io continuai a riflettere: Il colpevole dev’essere, ovviamente, qualcuno nell'albergo, qualcuno che conosca bene i nostri spostamenti; quindi praticamente tutti! E poi, continuai, una volta svelato il mistero e trovato il colpevole, come mi devo comportare? Sicuramente come il grande Hercule Poirot, svegliando tutti nel cuore della notte, riunendoli nella hall - personale compreso -, ed esporre tutte le mie brillanti deduzioni fino alla soluzione del caso.
Appena arrivati non sentimmo alcun odore, ma, man mano che andavamo verso le camere, la puzza aumentava.
Giungemmo alla camera famigerata: la 310. Lì effettivamente l'odore era molto forte.
Arrivò anche Enzo con le signore.
Don Serafino aprì piano piano la porta, dimostrando, così, quello che già sapevo: non era un lettore di romanzi polizieschi. In questi casi, infatti, è consigliabile aprire la porta con estrema violenza, preferibilmente con un calcio, in modo da trasformare l’eventuale malintenzionato che si nasconde dietro (dato che, come si sa, dietro alle porte si nascondono solo i malintenzionati!) in un bassorilievo scolpito nel muro.
Don Serafino voleva entrare, ma io lo fermai. Estesi il pollice e l'indice, e spianai la mia mano contro la stanza: ho le mani abbastanza grandi, quindi qualcuno, da lontano, con la coscienza sporca e facilmente impressionabile, avrebbe potuto pensare che avessi una 44 Magnum in pugno, terrorizzarsi, arrendersi, e confessare tutto!
L’idea era sicuramente buona, ma la stanza risultò vuota. Comunque, per maggior sicurezza, feci tre volte il rumore dello sparo: se c’era qualcuno nascosto avrebbe sicuramente urlato!
Silenzio assoluto. Non si udì nulla. Niente di niente.
Mai come allora mi sentii così... pistola!
Don Serafino entrò con estrema circospezione e scrutò attentamente tutta la stanza. Non vide nulla di sospetto. Si accostò al calorifero e ci posò la mano. Il suo volto diventò ben presto paonazzo. “Ahio! Come scotta!” esclamò.
“Ma certo!” esultai.
“Ma certo, che cosa?” si stupì Enzo, il denigratore dei denigratori dei romanzi polizieschi e di tutti quelli d’azione.
“Vedi, caro Enzo,” lo spirito di Sherlock Holmes si era reincarnato in me, “quando i caloriferi vengono riaccesi dopo parecchio tempo, mandano odore di bruciato. Ed è esattamente quello che è successo qui questa sera!... Elementare, Enzo! Elementare.”
Ci congedammo dalle signore svelando il terribile mistero che si era celato dietro le mura di quell’albergo.
Per noi il caso era chiuso. E io avevo deciso: Da grande avrei fatto l’investigatore privato!


©Sergio Rilletti, 1988


mercoledì 1 marzo 2017

MyLife - LOURDES '88 (Un racconto autobiografico)


“Il motivo per cui una persona decide di andare a Lourdes” mi aveva detto don Serafino quando mi aveva proposto di andare con loro, “è esplicito.”
In effetti anche a me sembrava chiaro che a Lourdes ci si andasse per pregare, e, sinceramente, avevo paura di dover fare sempre e solo quello.
Comunque, dopo qualche giorno di riflessione, ho accettato di buon grado... e feci bene!

Ci trovammo tutti puntuali alle 18 in stazione, compresa, miracolosamente, quella perenne ritardataria di Simona. Ovviamente, però, per il treno non ci fu nulla da fare: arrivò in ritardo di un'ora!
Sul treno si sentiva già un clima di fratellanza che poi, coi compagni di scompartimento e con qualcun altro, si è trasformato in un sereno rapporto di quasi-amicizia.

Arrivati puntuali a destinazione (evidentemente nell'orario era già stato compreso il ritardo iniziale) prendemmo posto nelle nostre camere, e ci stemmo fino all’ora di pranzo. I pasti non erano un granché, ma io ed Enzo potemmo risollevarci il morale con la visione delle cameriere.

Al pomeriggio andammo alla Basilica di S. Pio X a celebrare la S. Messa.
Appena entrato fui colpito dall’immensità di quella colossale struttura. La Basilica era lunga 201 metri e larga 81. Da un punto di vista estetico faceva un po' desiderare, ma come funzionalità era ottima: grazie alla sua grandiosità, alle sei entrate, e soprattutto agli scivoli, tutti potevano circolare comodamente, persone disabili comprese.
La funzione iniziò.
Io ero in prima fila con i miei due fedelissimi assistenti. L’organo cominciò a suonare inondando la Basilica della sua musica maestosa. Entrarono i sacerdoti, tra i quali c’era anche don Serafino, e sette ragazzi con grandi bandiere a scacchi bianchi e gialli con, al centro, lo stemma della Chiesa principale della propria zona pastorale. Tra  orazioni, salmi, e canti corali, ci sentimmo tutti uniti in un unico spirito.
Non avevo mai provato una  sensazione simile.
Fu subito all’inizio della celebrazione che ci giunse la notizia che il Cardinale Carlo Maria Martini non era venuto a Lourdes, deludendo così seimila pellegrini.

Subito dopo la celebrazione facemmo la processione penitenziale fino alla Cité St. Pierre per la Celebrazione delle Confessioni; i sacerdoti raccomandarono di svolgerla nel massimo silenzio, e invece, con mio grande stupore, ci fu un continuo cicaleccio.
Durante questa processione potei assistere ad un grande incontro tra due amici che non si vedevano da tanto tempo; ed è anche questa la bellezza dei pellegrinaggi di massa.

La sera era libera.
Io mi ero prospettato di trascorrerla allegramente con quel fiorellino di Simona, invece la passai noiosamente con quel mostro di Enzo.
Solo verso fine serata ci fu un piccolo giallo che la ravvivò un po’; ma questo ve lo racconLa notte fu disastrosa.
Dovevo ascoltare, mio malgrado, un concerto da camera in stereofonia: a sinistra, Enzo che parlava e urlava nel sonno, a destra, don Serafino che russava.

Sabato, dopo la S. Messa, celebrammo la Via Crucis nella Basilica S. Pio X, rievocando i quindici momenti più importanti dalla condanna di Gesù alla sua risurrezione.
Ci unimmo ancora una volta, formando un'unica voce e un unico spirito.

Verso le 2 del pomeriggio andammo su un irto pendio, sudando pioggia, a svolgere fisicamente la Via Crucis. Ci incamminammo e, ad ogni Stazione, ci fermammo recitando un’Ave Maria, e, all'ultima, l'intero Rosario, che, naturalmente, non fu l’unico. A volte ci trovammo assieme ad altri gruppi, a volte anche stranieri.
Fino a quel momento non avevo mai visto di buon occhio quelli che recitavano il Rosario: mi sembravano dei robot programmati per ripetere meccanicamente cinquanta volte la stessa frase; ma fu in quel momento che capii che non era così: ripetendolo in gruppo ci si sente tutti più uniti, più vicini, più affratellati; a me venne quasi istintivo associarmi anche oralmente alla preghiera.

Verso le 16.30 tornammo alla Basilica, che, ormai, era diventata la nostra seconda casa. Celebrammo la processione eucaristica.
Una marea di gente inondava l'intera Basilica.
Io ero sul risciò (la mia carrozzina aveva bucato) in prima fila con gli altri invalidi.
La funzione fu celebrata in più lingue. I sacerdoti avanzarono piano piano, con l'Ostensorio in mano, a dare la benedizione. Sulla parte superiore della Basilica sacerdoti e pellegrini avanzarono lentamente, ceri in mano, percorrendo l’intero perimetro.
Tutto questo contribuì a diffondere un clima di pace, di serenità, e, perché no!, anche di magia e di onnipotenza.

Il resto del pomeriggio lo passammo a fare compere. Con uno stratagemma degno di un film di spionaggio riuscimmo a comprare un regalino per Simona senza che lei se ne accorgesse.

Alle 21 andammo all’Esplanade per svolgere la Fiaccolata. Potete facilmente immaginare che delizia svolgerla sotto la pioggia... e con il vento! Migliaia di pellegrini avanzavano lentamente recitando il Rosario in varie lingue, latino compreso, alzando e abbassando ritmicamente le proprie fiaccole; tutti i pellegrini occupavano quasi l'intera superficie dell'Esplanade, formando, così, un'interminabile fila. Se qualcuno l’avesse osservata dall'alto, avrebbe notato una vasta distesa luminosa che scintillava nell'oscurità.
Quando recitavano le preghiere in latino io mi sentivo emarginato, e come me, probabilmente, molti altri giovani che non hanno studiato questa lingua. Ora, riflettendoci, il latino è la lingua-madre per eccellenza: da lei sono nate la maggior parte delle lingue occidentali; quindi, pregare in latino, è un simbolo di unione e di comunità.
Fu durante questa celebrazione che conobbi un signore di Savona: vedendo che mi stavo bagnando per bene (non potevamo alzare il tetto del risciò perché, altrimenti, non avrei più potuto tenere in mano la fiaccola), si avvicinò e mi coprì col suo ombrello. Dopo la Fiaccolata, che, a causa del tempo, si celebrò in versione ridotta, scambiammo quattro chiacchiere e ci separammo.
Andammo a vedere la Grotta; dicemmo tre Ave Maria e cantammo la Salve Regina in latino. Enzo e Simona vollero rimanere soli soletti (...!), e io, don Serafino, e tutti gli altri, tornammo in albergo.

Quando Enzo e Simona tornarono, ci mettemmo a scrivere le cartoline.

E così venne domenica. (Il fatto, lo ammetto, è molto consueto!)
Alle 9 andammo alla solita Basilica a celebrare la S. Messa internazionale.
In questa occasione la Basilica raggiunse il culmine della presenza e della partecipazione.
La Messa era detta in francese, inglese, tedesco, spagnolo, e italiano.
Ciascun sacerdote ripeteva la preghiera nella propria lingua e i suoi fedeli gli rispondevano. Mi accorsi subito che la lingua più calda, quasi amichevole e confidenziale, era lo spagnolo; mentre quella più dura era il tedesco.
Una magica atmosfera si diffuse in tutta la Basilica. Alcune suore offrirono l’Acqua Benedetta di Lourdes agli invalidi; la bevvi anch'io.

Alle 11 andammo alla Grotta a celebrare la conclusione del pellegrinaggio donando alla Madonna sette ceri e le nostre sette bandiere. Dopodiché ritornammo tutti in albergo.

Il viaggio di ritorno andò bene, anche se, io ed Enzo, involontariamente, facemmo preoccupare i nostri compagni di scompartimento con una finta scazzottata degna di un film di 007. Ci pentimmo subito di aver fatto spaventare tante persone per niente; così, ora, ne approfitto per chiedere scusa a nome di tutt'e due.

Ora, anche a costo di sembrare lagnoso e molto retorico, devo fare i dovuti ringraziamenti a un numero abbastanza consistente di persone.
Voglio ringraziare tutti quelli che hanno contribuito a farmi passare serenamente questo pellegrinaggio; e più precisamente: don Serafino che mi ha offerto di fare questa magnifica esperienza, i miei insostituibili assistenti Enzo e Simona, tutti quelli che mi hanno tenuto compagnia, e, anche se non hanno partecipato al pellegrinaggio, i signori Pirola.


©Sergio Rilletti, 1988

mercoledì 1 febbraio 2017

MISTER NOIR: ATTENTATO AL CINEINDIPENDENTE (Un racconto)

Prologo 

Celle Ligure, giovedì 18 agosto 2011, ore 18.57
Mister Noir alzò lo sguardo, compì un giro di 360 gradi sulla propria possente carrozzina elettrica, indugiò qualche secondo fuori dalla Sala Consiliare del Comune, dove si stava inaugurando la 9^ Mostra Internazionale del Cinema Indipendente, organizzata, come ogni anno, dalla locale Associazione Progetto Cine Indipendente Onlus con il patrocinio del Comune di Celle Ligure.
Sui pannelli ai lati della porta, le locandine dei film in programmazione quella sera. Film di qualità che, non essendo prodotti dalle major, non avevano molte possibilità di entrare nella grande distribuzione.
All’interno, una folla di persone stava banchettando allegramente, ignari del pericolo che gravava su di loro.
Poi, lo vide. Entrò. E gli si avvicinò, mentre la sua mente lo riportò indietro nel tempo, facendogli ricordare i momenti salienti degli ultimi tre giorni.


1. Primo Tempo

Lunedì 15 agosto 2011, ore 11.45
La città, in estate, non era più deserta come un tempo. La gente, perfettamente solidale con la politica e l’economia, era in crisi, e non si permetteva più lunghi periodi di vacanze.
Solo i guai non vanno mai in crisi. E si trasferiscono, belli arzilli, nelle località di villeggiatura.
Come Mister Noir.
La S. Messa alla Parrocchia di S. Michele era finita, e lui, accompagnato da Consuelo Gomez, la sua domestica filippina, si stava avviando, sulla sua carrozzina manuale, verso la sacrestia, l’ascensore, e l’uscita laterale munita di scivolo, quando un uomo, veloce come un lampo, gli mise una busta da lettera in grembo dicendo “E’ per lei”, e si allontanò.

Per Mr. Noir confermò la scritta sulla busta.

A quanto pareva, i misteri l’avevano raggiunto anche lì.

Giunto in albergo, lesse la lettera.

Buongiorno, Mister Noir!…

“E come faceva a sapere che non l’avrei guardata di sera?!” commentò, ironico, l’investigatore.

Mi chiamo Riccardo Noia, e sono un critico cinematografico. Sto realizzando uno studio sui cosiddetti film “vacanzieri” italiani dagli Anni ’80 a oggi, e, negli ultimi giorni, ho fatto una scoperta che avrei preferito evitare. Sono già andato dalle autorità, ma non avevo abbastanza prove per convincerli. Lei è l’unica speranza. Venga oggi, alle 15, sul Lungomare Pertini; perché, se ho ragione, tra tre giorni, durante la serata inaugurale della 9^ Mostra Internazionale del Cinema Indipendente, ci sarà un attentato.

Il messaggio gli sembrava un  po’ delirante, ma non era la prima volta che qualcuno si rivolgeva a lui con delle dichiarazioni nonsense. “Vabbè, ho capito” disse il detective. ”Dovrò prendermi una vacanza dalla vacanza!”

Ore 14.57
Mister Noir, a bordo della sua possente carrozzina elettrica, stava attraversando la lunga galleria che conduceva al Lungomare Pertini, quando un uomo alto, calvo, e col volto ovale ma pieno lo fermò. “Salve, sono Riccardo Noia. E’ con me che ha appuntamento.”
“Le sembra un lungomare questo?” chiese sornione il detective.
L’uomo tirò fuori una grande busta gialla, e gliela consegnò. “Qui c’è tutto il mio studio” disse. Poi tacque, per sempre: un proiettile, sparato da una pistola silenziata, lo colpì alla schiena.
Mister Noir si girò e corse via zigzagando, mentre un nugolo di proiettili andava a infrangersi sonoramente sulle pareti di alluminio della galleria.

Martedì 16 agosto 2011, ore 11
Lo studio dello studio occupò diverse ore, perché il dattiloscritto in questione comprendeva tutti i titoli, i registi, gli attori, e i caratteristi di quei film. Unico indizio: Pasquale Di Natale, il caratterista che ricorreva più spesso.
Munito di computer con connessione wireless, Mr. Noir cercò informazioni sull’attore. Il suo ultimo film risaliva al 1990, a fianco di Max Cipollini, un attore-icona di quel genere di film.

Mercoledì 17 agosto 2011, ore 12.30
Mister Noir, nella sua stanza d’albergo, stava ascoltando l’intervista che Martin Zanchetta e Alfonso Cioce - rispettivamente Direttore Artistico e Presidente dell’Associazione - stavano rilasciando a Sabrina Calcagno di Radio Savona Sound.
Decise che doveva parlare con i due organizzatori. Se qualcuno ce l’aveva a morte con loro era probabile che Zanchetta, responsabile delle scelte dell’intero programma della Mostra, potesse dirgli qualcosa di interessante.

Ore 17.30
Mister Noir entrò nella Sala Consiliare del Comune ad interrogare Martin Zanchetta. La stanza era tutta ingombra di tavoli e manifesti. Il Direttore Artistico era seduto all’ingresso, e stava lavorando al computer.
In un primo momento ebbe un sussulto, poi si volse verso il disegno di Marco Giannuli che stavano utilizzando per pubblicizzare l’incontro letterario di sabato pomeriggio, e lo riconobbe: quell’uomo che gli era apparso davanti in giacca e cravatta in pieno agosto, era proprio lui: Mister Noir!
A quel punto, Zanchetta gli spiegò che la ricerca dei film avveniva attraverso appositi siti web; e che comunque era sempre lui a contattare gli autori, mai il contrario. Ma quando sentì il nome di Pasquale Di Natale, s’irrigidì. “Sì, l’ho conosciuto. Mi ha proposto una sorta di cinepanettone low budget che è riuscito a essere ancora peggiore di quanto prometteva il titolo.”
“E che titolo era?”
Martin Zanchetta lo guardò sconsolato. “Natale a Pasqua.”

Giovedì 18 agosto 2011, ore 0.30
Mister Noir si stava schiarendo le idee passeggiando sul Lungomare Colombo, quando gettò l’immancabile occhiata al Tutifruti, il locale preferito dal suo biografo anche per le deliziose cameriere, quando notò un’avvenente avventrice. Alta, anche da seduta, lunghi e lisci capelli castani, snella e abbronzata, che sembrava appena uscita da un film vacanzier-natalizio.
Era con un gruppo di ragazzi, e si muoveva in modo accattivante. Si prese i capelli con le mani, e se li fece ricadere con noncuranza sulle spalle. Un ragazzo grande e grosso, anche lui sulla passeggiata, la notò, fece un impercettibile cenno di assenso, e se ne andò.
Mister Noir notò tutto.


2. Secondo Tempo
Celle Ligure, giovedì 18 agosto 2011, ore 19
Quei tre minuti in cui era riuscito a riepilogare mentalmente tutto, erano stati fondamentali per Mister Noir. Si avvicinò al ragazzo grande e grosso, che aveva già notato al Tutifruti, ma, in quel momento, Martin Zanchetta annunciò l’inizio dell’incontro dedicato alle problematiche e alle soluzioni dei giovani che vogliono cimentarsi nella realizzazione di un film.
Il dibattito procedeva bene, Alfonso Cioce camminava con la telecamera riprendendo tutto. Alle spalle di Mr. Noir, il giovane nerboruto digitava forsennatamente sul proprio cellulare, ma quando i due ospiti mossero una leggera critica ai cosiddetti cinepanettoni, se ne andò.

Ore 20.04
A incontro concluso, Mr. Noir corse dai due organizzatori e chiese loro di mostrargli le riprese appena fatte. Se Alfonso Cioce aveva ripreso il ragazzo di spalle, forse dall’inquadratura era possibile vedere cosa stava scrivendo.

Seduti nel dehors del ristorante-pizzeria La Bussola, Pasquale Di Natale e Clementina - ovvero il ragazzo nerboruto e l'avvenente avventrice del Tutifruti - stavano cenando, sorridendo e guardandosi negli occhi. A pochi metri da lì, la sede dell’Associazione Progetto Cine Indipendente Onlus e di CreaTV li stava aspettando. Era lì che sarebbero andati ad azionare il detonatore; era da lì che, al culmine di una feroce ironia, il regista e la protagonista di Natale a Pasqua avrebbero fatto brillare la bomba mandando tra i firmamenti del cielo Martin Zanchetta, i suoi collaboratori, e tutti quelli che stavano assistendo alla 9^ Mostra Internazionale del Cinema Indipendente, provocando un boato che avrebbero udito sin da lì.

Ore 21.58
Suoni e inquietanti statiche elettriche riecheggiarono nell’anfiteatro, costringendo la bella e simpatica Noemi Pinna, da sempre conduttrice ufficiale della manifestazione, ad interrompere due volte l’annuncio del successivo lungometraggio, Terre rosse.
Fu alla terza statica che Martin Zanchetta, con espressione grave, le consegnò un comunicato da leggere. Noemi prese il foglio, e, cercando di disinvolgere il più possibile, avvisò che avevano appena saputo che il Cineindipendente era a rischio di attentato; ma comunque di non preoccuparsi, perché Mister Noir stava vigilando.
Il pubblico rumoreggiò, ma la fama del detective privato era tale da sedare qualsiasi panico.

Nella parte moderna della città, nella località chiamata Piani di Celle, i due complici, poco oltre la sede dell’Associazione e di CreaTV, erano in tilt, come il detonatore che, nonostante i forsennati tentativi di Pasquale Di Natale, non voleva saperne di funzionare.
La sirena dell’auto dei carabinieri li fece balzare per aria come una bomba.
Clementina si paralizzò con le mani in alto. Pasquale tentò uno scatto da centometrista; peccato però che, grosso com’era, risultò un bersaglio molto facile per Mister Noir, che, a fari spenti, lo investì di lato alla massima velocità, catapultandolo oltre la catena che delimitava l’ingresso dell’Associazione.


Epilogo

Celle Ligure, giovedì 18 agosto 2011, ore 23.48
Noemi uscì di nuovo sul palco, e annunciò che il pericolo era cessato e che Mister Noir aveva risolto il caso. L’idea di guardare le riprese di Alfonso Cioce era stata vincente: Di Natale aveva mandato un messaggio alla sua bella Clementina, dove risultava chiaro dove si sarebbero incontrati.
La conduttrice omise il piccolo particolare che, in quel momento, il celebre detective privato era di là con loro.
Lui aveva fatto ciò che sapeva fare: sventare un complotto. Non avrebbe salutato il pubblico che aveva appena salvato, né avrebbe partecipato di persona all’incontro di sabato pomeriggio che lo riguardava: quello l’avrebbe lasciato fare al suo biografo! Si limitò a firmare, aiutato da Noemi, un autografo a Marco-Blanka, l’infaticabile corriere coast-to-coast dell’Associazione nell’intera provincia savonese che aveva lanciato l’idea di dedicargli un incontro, e se ne andò a rilassarsi sulla passeggiata lungomare.


NOTA DELL’AUTORE

Il racconto che avete appena letto l’ho scritto nell’arco di pochi giorni, scrivendo soprattutto di notte, basandomi su ciò che avveniva durante questa manifestazione, che io seguo con passione sin dalla sua prima edizione.
E’ stato un gioco, sì, e deve essere preso come tale; ma io ho voluto farlo per ringraziare tutti gli amici dell’Associazione Progetto Cine Indipendente e di CreaTV, a cominciare da quelli che non ho citato, per tutti i momenti passati insieme in questi nove anni e per la bella opportunità che mi danno, oggi, di incontrarmi con tutti voi.
Un modo di ringraziare poco ortodosso ma molto sentito.
Un modo di ringraziare da scrittore, naturalmente!


©Sergio Rilletti, sabato 20 agosto 2011, ore 10.10

giovedì 8 settembre 2016

MISTER NOIR: CODICE K (Un racconto)

Gli occhi della giovane donna mora che era seduta di fronte a lui avrebbero sicuramente affascinato Mister Noir. Peccato, però, che fossero celati da un paio di occhiali da sole particolarmente grandi e scuri.
“So chi è lei, Mister Noir” gli disse, con voce calda e sensuale, porgendogli una busta, subito intercettata da Elena Fox, in piedi alla destra del detective, che con movimenti rapidi l’aprì.
“Non dubito che lei sappia chi sono io, dato che è qui!” rispose lui, a bordo della sua carrozzina, sorridendo con la sua tipica espressione da sfottò.
Nella busta c’era un foglio con una unica sigla: 2L84AD8.
“E questo cosa significa? Che oltre alle lettere, sta dando anche i numeri?” esclamò il detective.
“E’ un codice, che noi abbiamo battezzato Codice K. Consegnarcelo è stato l’ultimo lavoro di un nostro agente, prima di essere ucciso. Questa sera, all’Admiral Hotel, un agente dei servizi segreti inglesi chiamato Il Visconte passerà un programma a una spia tedesca, copiato probabilmente su una chiavetta USB. Un programma che, attraverso migliaia di codici come questo, può elaborare, ogni volta, un omicidio perfetto, sulla base dei parametri immessi. E noi, per il bene del nostro Paese e del mondo, non possiamo permetterlo!... Le chiediamo di andare a recuperare questo programma e di consegnarcelo.”
“E perché non incaricate qualche altro vostro agente?”
“Perché temiamo che li abbiano già scoperti tutti.”
“Ah! Complimenti per le grandi spie che avete!”
“E poi sappiamo che lei è un ottimo cacciatore di intrighi e di guai: come li stana lei, non lo fa nessuno!... A proposito,” concluse, sfilandosi gli occhiali e rivolgendosi a entrambi, “se volete potete chiamarmi Malastrana.”

A qualche isolato di distanza, chiusa in una camera, una ragazza dai capelli lunghi ricci e rossi stava controllando i meccanismi della sua pistola.
Il suo capo era stato chiaro: quella sera, dopo che tutto era stato compiuto, lei doveva entrare all’Admiral Hotel e attivare il Protocollo Hunt, uccidendo tutti i testimoni rimasti, compresi i due detective privati assoldati per recuperare il famigerato programma.

Admiral Hotel, ore 21.30
Mister Noir ed Elena Fox, accanto alle avvolgenti poltrone in pelle, stavano osservando tutt’intorno a loro. Al piano rialzato, le persone si erano assiepate tra il bar e la zona ristorante, dove erano esposti i manifesti dei film di 007: quell’hotel, infatti, era la sede del fan club italiano nonché dell’unico museo in Europa dedicato a James Bond.
Fu in quel momento che gli occhi del detective captarono un uomo alto, brizzolato, dall’aspetto aristocratico; sulla giacca scura era affissa una spilla d’oro, raffigurante una corona a cinque punte sormontate da altrettante perle: il simbolo dei visconti. Con un cenno del capo lo indicò a Elena, che si mosse subito verso di lui, mentre un pianista cominciò a suonare.
Era una ouverture forsennata e incomprensibile, che non aveva mai sentito prima; se quel musicista fosse stato in un talent-show, uno dei relativi giudici - noti per la loro compostezza e comprensione -, probabilmente gli avrebbe fracassato il pianoforte in testa.
C’era qualcosa di strano in quell’esecuzione: era come se il pianista usasse sempre le stesse sei note, combinandole in modi differenti.
Osservò meglio. Sì, era così: le mani del pianista andavano solo dal Do al La, e basta!
Un uomo aitante e biondo si avvicinò al Visconte, e, mentre il pianista continuava le sue evoluzioni, si strinsero la mano.
Fu quando il pianista premette, per la prima volta e con foga, il Si, la settima nota della scala musicale, dando così il suo sonoro assenso, che si scatenò l’inferno.
La signora a rotelle con gli occhiali e un fucile si materializzò di colpo a pochi metri alla sinistra di Mister Noir: l’ora del castigo era arrivata!... Sparò al Visconte, suo collega traditore dei servizi segreti di Sua (lesa) Maestà, centrandolo in pieno; dopodiché, si alzò dalla carrozzina facendo cadere la coperta, e si levò la parrucca da anziana signora: Richard Carson si elevò in tutta la sua straordinaria possanza, armò il fucile a pompa, e sparò; Elena Fox si abbassò appena in tempo per sentire il proiettile di grosso calibro fischiarle sopra la testa, mandando in frantumi una parete.
Elena caricò a testa bassa il biondo, che nel frattempo aveva quasi raggiunto la scala all’altezza del pianoforte, e lo sbatté prima contro il muro e poi giù per le scale. Il pianista, niente affatto inerme come quelli dei film western, lasciato il suo posto estrasse una pistola e cominciò a sparare all’impazzata, frantumando piatti & bicchieri e falcidiando tutti quelli che gli capitavano.
Fu Carson a mettere fine a quella confusione, piantandogli una grossa pallottola in pieno petto.
Elena doveva recuperare la chiavetta, ancora nella mano semiaperta del biondo.
Carson sparò nella sua direzione; Elena saltò in avanti, piroettò in aria, e atterrò accanto al biondo. L’inglese alzò l’arma e ricaricò, ma non ebbe il tempo di riutilizzarla; maledicendosi in anticipo per l’idea che gli era venuta, Mr. Noir con un balzo si catapultò tutto a destra ribaltandosi con la carrozzina, e la spinse via: questa travolse la spia, che vi cadde sopra; il fucile scivolò verso il detective; la spia inglese dilatò gli occhi vedendo la bocca del fucile rivolta verso di sé, e Mister Noir, con un bel colpo di tallone ben piazzato, azionò il grilletto e lo fucilò.
Elena raccolse la preziosa chiavetta, e interrogò con lo sguardo il suo capo. E ora, cosa dovevano fare? Ora, che avevano portato a termine il loro incarico, avrebbero davvero consegnato quel piccolo dispensatore di omicidi perfetti alla loro cliente?
In quel momento entrò una ragazza dai capelli lunghi ricci e rossi, che spianò una pistola contro Elena. “Dammela!” le sibilò.
La detective restò immobile, la rossa tirò indietro il percussore.
Mister Noir decise di rispondere alla silenziosa domanda che gli aveva posto la sua assistente, dando il via a un insolito tiro al piattello. “Pool!” urlò.
Con un movimento fluido, Elena lanciò la chiavetta in aria: la rossa si distrasse seguendone la traiettoria, ed Elena, veloce come un lampo, con la sinistra estrasse la pistola, e sparò prima a lei e poi alla chiavetta, mandandola in frantumi.
Andò dal suo capo per rimetterlo sulla carrozzina, e si avviarono all’uscita. La porta scorrevole si aprì automaticamente, ed entrò un uomo vestito elegante, dal volto ispanico, col pizzo, i capelli lunghi e ricci raccolti a coda, e un Borsalino scuro in testa.
L’uomo lo scrutò un po’, e aggrottò le sopracciglia. “Ci conosciamo?” domandò.
“Bah!...” Il detective, tradotto simultaneamente da Elena Fox, riconoscendolo e riservandogli uno sguardo sornione, gli concesse l’ultima risposta di quella folle avventura. “A dire la verità, il mio biografo dice che lei è mio zio putativo!”


©Sergio Rilletti, 2013


sabato 20 agosto 2016

Mercoledì 24-08-2016: Presentazione a CELLE LIGURE (SV) de "LE AVVENTURE DI MISTER NOIR" (Cordero Editore)

Salve a tutti!... Sono lieto di annunciarvi che MERCOLEDI’ 24 AGOSTO, alle Ore 21.15, presso lo Spazio SMS MESSAGGI D’ARTE (Via Aicardi, 120 – Celle Ligure (SV)), Daniele G. Genova e Martin Zanchetta presenteranno il mio libro Le avventure di Mister Noir (Cordero Editore).
Il volume contiene anche un racconto ambientato proprio a Celle Ligure.
Ovviamente, alla presentazione, interverrò anch’io!

L’evento è patrocinato dal Comune di Celle Ligure.



VI ASPETTIAMO NUMEROSI!

venerdì 1 luglio 2016

Domenica 17-07-2016: Presentazione de "LE AVVENTURE DI MISTER NOIR" (Cordero Editore) all'"A G NOIR FESTIVAL2016"


Salve a tutti!... Sono lieto di annunciarvi che DOMENICA 17 LUGLIO, alle Ore 21.30, presso i Giardini di Palazzo Tagliaferro (Largo Milano - ANDORA (SV)), in occasione della seconda edizione dell’AG Noir Festival, Andrea G. Pinketts presenterà tre prodigiosi autori della Cordero Editore: Andrea Carlo Cappi, Luca Guicciardi, e Sergio Rilletti (ossia io).
Un ulteriore modo per parlare del mio libro, Le avventure di Mister Noir, e dei volumi di Cappi e Guicciardi, tutti editi dalla Cordero Editore.

VI ASPETTIAMO NUMEROSI!
NON MANCATE!


©Sergio Rilletti, 2016